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Agricoltura e pastorizia

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Campana CS - Campana
Scritto da Salvatore Lepiane   
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AGRICOLTURA E PASTORIZIA

Fino ad alcuni decenni fa, l’agricoltura e le attività ad essa connesse, rappresentavano in molte zone, l’unica fonte di guadagno e di sostentamento per la maggior parte delle famiglie.
Le nostre campagne non erano in uno stato di abbandono come accade oggi: la terra era ben coltivata, ed anche i più piccoli lembi delle zone più impervie costituivano una ricchezza per le famiglie, che li possedevano.
La terra era in genere posseduta da ricchi proprietari, che ne affidavano la coltivazione ai coloni. I mezzi necessari all’attività agricola (bestiame, attrezzi, tassa fondiaria ecc.) erano forniti dai proprietari secondo le usanze locali.
La spartizione dei prodotti della terra tra padrone e colono dipendeva anche dalla fertilità del fondo. I coloni coltivavano la terra con l’impiego di manodopera familiare, e, in caso di necessità, facevano ricorso all’uso braccianti ("jiurnatàri" - operai giomalieri).
Li retribuzione di questi ultimi era parte in natura, parte in denaro. Se gli utili dei coloni erano appena sufficienti per condurre una vita agevole, non altrettanti si può dire per i braccianti che avevano un lavoro precario.
Si spiega quindi, la massiccia emigrazione di tanta povera gente, agli inizi di questo secolo, verso le americhe in cerca di un maggior guadagno.
La vita dei contadini era difficile e faticosa. Si alzavano di buon’ora e s’incamminavano anche al buio, per raggiungere a piedi, “o ccullu ciucciu” somaro, il luogo di lavoro lontano, a volte parecchi chilometri.
Sul luogo di lavoro si portava il cibo dentro “a viertuda” bisaccia, che portavano su di una spalla. L’asina “a ciuccia” rappresentava un tempo l’unico mezzo di trasporto insieme agli accessori, “i fiscini e cofine, i rituni, u mmastu” legato quest’ultimo all’animale tramite una cinghia di cuoio “u petturadu”. Per impedire che gli zoccoli dell’animale si consumassero si provvedeva a “ferrarli alla forgia” cioè a fissare deì ferri sotto gli zoccoli come protezione e chi lo faceva si chiamava “u forgiaru” fabbro.
In agricoltura, per misurare le quantità di cereali si usavano le seguenti misure ancora oggi in uso:
"u tumminu” equivalente a circa 44 Kg.
u menzullu” la metà del “tumminu”.
u mittu” la metà del “menzullu”.
u stuppiellu” la metà del “mittu”.
a misurella” un quarto dello “stuppiellu”.
Queste unità di misura altrove potevano avere nomi diversi.
La semina e la mietitura venivano praticate manualmente; l’aratura e la trebbiatura con l’impiego di animali, in genere bovini.
Gli agricoltori prima di seminare preparavano il terreno con l’aratro tirato dai buoi facendo “i majsi”  solchi nel terreno.
In tempi più antichi impiegavano un aratro di legno che non dissodava il terreno in profondità,
Successivamente un aratro in ferro, entrambi tirati dai buoi.
La semente, contenuta nella “viertuda” - bisaccia - che il contadino portava a tracolla, veniva sparsa sul terreno con un ampio gesto della mano.
Il grano maturo veniva mietuto a mano con una piccola falce detta “favucia”, sotto il sole cocente, iniziando il lavoro all’alba e terminando al tramonto. I mietitori indossavano pantaloni di tela grezza ed un grembiule di pelle di bue, per non pungersi con le spighe. Queste, poi, venivano riunite in fasci dette “regne” e portate nei pressi di “n’aria” aia, dove venivano sistemate in “covoni”.
Successivamente le “regne” venivano buttate “nell’aria” e “pisate” macinate con una grossa pietra trainata da due buoi; dopo la “pisata” il grano veniva ventilato con le “tridente” per separare il grano dalla paglia.
Il grano veniva macinato nel “mudinu” mulino che aveva come forza motrice, inizialmente l’acqua.
Altra attività connessa all’agricoltura era quella relativa alla molitura delle olive.
trappitàri” erano chiamati coloro che lavoravano nel “trappitu”, frantoio di una volta.
Le misure usate per l’olio erano:
quarta” - corrispondente a due litri d’olio
menza quarta” la metà della “quarta
ogliara” contenitore pari ad un litro
granatica” piccolo misurino d’olio.
L’olio prodotto veniva depositato nel “trappitu” frantoio, in “ciarre” giare di terracotta.
I contadini in genere erano anche dei pastori e restavano fuori casa per lungo tempo a pascolare le pecore anche in alta montagna.
Il latte ricavato veniva riscaldato e ad esso si aggiungeva “u quagliu”, per cagliarlo e fare “u casu”, il formaggio; al residuo “sieru” si aggiungeva altro latte e dopo la bollitura si otteneva la ricotta. I formaggi e le ricotte venivano messi in cestelli di varia grandezza, detti “fiscelle”.
Per cagliare il latte, non si usavano un tempo prodotti chimici, ma un prodotto naturale ricavato dallo stomaco del capretto ancora lattante. I pastori, a parte la nostalgia della casa che li rendeva cupi, pativano il freddo e l’umidità e mancavano di conforti essenziali poichè tenevano nella loro capanna fatta di frasche e ginestra “pagliaru” solo l’indispensabile.
E jre mi nn’i vaiu e oi ninnella e oi ninna e ire mi nn’i vaiu buntanella.
Duv’è vannu la donne e oi ninnella e oi ninna duv’è vannu le donne a lavare.
E vaiu e mi lasciegliu Rit.
E vaiu e mi la sciegliu la cchiù bella
subba u c’avallu la Rit.
subba u c’avaflu la ‘vuogliu portare.
E la gente chi mi sconte Rit.
e la gente chi mi sconte ma dimmanne.
E duv’è la fatta sa  Rit.
e duv’è la fatta sa caccia reala.
E l’aiu fatta alli vuoschi Rit.
e l’aiu fatta alli vuoschi d’è Campana.
Duv’è la niva o n’ù Rit.
duv’è la niva n’u si squaglie mai.
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