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Usi e costumi campanesi

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Campana CS - Campana
Scritto da Salvatore Lepiane   
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USI E COSTUMI
CAMPANA nei primi anni del ’900.

Introduzione

Il popolo del nostro Paese, che conduceva una vita fatta di duro lavoro e di sacrifici, aveva in ogni occasione un suo tipico modo di esprimersi. Di ambizioni contenute, amante del semplice e del buono, si accontentava di quanto era necessario per vivere. Alla base del suo mondo stava la famiglia, i cui affetti erano sacri e la cui vita scorre sotto la protezione del padre, al quale era dovuta obbedienza e venerazione da parte dei figli e della moglie.
Grande la sensibilità religiosa, importante l’esercizio dei riti, per cui ogni evento notevole della vita si svolgeva con una cerimonia ben stabilita.
NASCITA

Molto desiderati erano i figli, le nascite erano accompagnate sempre da manifestazioni di gioia.
Il padre annunciava il lieto evento con sette colpi di fucile, se il nato era maschio, o con cinque se si trattava di una femmina.
Il corredino veniva pazientemente ricamato a mano ed ogni indumento quasi sempre recava scritte ben augurali per il neonato.
Il bambino nasceva in casa.
La partoriente veniva assistita dalla “mamma” ostetrica, e, in mancanza di questa, da una donna pratica di parti.
Assistevano al lieto evento anche i familiari più intimi e le “cummare” che, per alleviare i dolori del parto, davano di tanto in tanto alla partoriente un decotto di camomilla e alloro.
Il bambino appena nato, per un periodo di lunghi mesi, veniva avvolto in una fascia lunga otto metri e larga venti centimetri, chiamata “fassa”.
Usanza molto diffusa era quella di legare al collo del neonato, per difenderlo dal malocchio, un “abitino”, specie di sacchetto con dentro incenso, sale, foglie di ulivo benedetto.
La culla dove riposava il bambino era generalmente preparata dai familiari. Era detta “naca” (dal greco nake  fatta col vello di pecora) ed era formata da due legni resistenti, tenuti uniti da altri legni ricurvi e meno robusti, su cui veniva sistemato un telo resistente o una specie di materassino, riempito di foglie di granoturco o di crine. Essa veniva fissata alle travi del soffitto, sopra il letto matrimoniale con delle funi. Tenere le “nache” era d’obbligo, per proteggere i neonati dagli animali.
Quando il bambino piangeva, gli si metteva in bocca “u sucaturu” specie di ciuccetto, formato da una pezzuola di lino con dentro dello zucchero.
Quando si trattava di primo genito, più atteso era il maschio, non solo perchè avrebbe preso il nome del nonno paterno, ma anche perché da grande avrebbe aiutato il padre nel mantenimento della famiglia.
Qualche giorno dopo la nascita iniziavano le visite dei parenti ed amici, che portavano in dono, oltre a zucchero e caffè, galline da brodo, perchè la puerpera, che allora stava a letto per parecchi giorni, potesse nutrirsi per produrre molto latte.
I padroni di casa offrivano ai visitatori, rosolio, dolce e vino.
I dolci “pastette” o “mastazzole” preparate in casa, erano fatti con uova, lievito naturale, farina, cannella, garofano, mandorle e miele.
I liquori, anch’essi preparati in casa, erano fatti con alcool “spiritu” estratto dalla “fezza” del vino e distillato con Il “limmiccu” lambicco, zucchero, acqua ed estratti vari.
Nei primi mesi di vita il bambino veniva allattato dalla madre che, al momento dell’allattamento, esponeva anche davanti agli estranei il seno senza vergogna. Potenza della maternità, che liberava la donna dall‘obbligo di tenere gelosamente nascosta quella parte del corpo.
Svezzato, veniva nutrito con pane cotto e pappe cotte con il latte di capra, mucca o asina e addolcite con il miele.
Per far star buoni i bambini o addormentarli, le mamme cantavano ingenue e dolci ninne nanne, animate spesso, oltre che da affetto materno, da sentimento religioso.
NENIA
Ti benadiciu di mumienti e l’anni
e l’ure chi spienni pe ti fare rannu
Ti benadiciu la ninna e lu latte,
li benadiciu du latte e la ninna
ti benadiciu bella picciudilla
la madre di Dio nzème cu sant’Anna
Mamma, alle vrazze tue la raccummannu
a ninna nonna cù la ninna nonna
e iu ti raccummannu alla Madonna.


NINNA NANNA

Sentii dire allu mare piglia e lassa
lu rre chi ti strummente lu padazzu
sentu dire allu mare piglia piglia,
du rre chi ti dunasse lu su figliu
sentu dire allu mare piglia e duna,
du rre chi ti mintisse la curuna.

BATTESIMO

Il battesimo si festeggiava in casa, chiamato anticamente “Sangiuvanni” con il “parrinu e la parrina” padrino e madrina in genere venivano scelte persone estranee affinchè nessuno dei parenti potesse "nzirrarsi”, cioè ritenersi offeso.
Gli inviti erano estesi a parenti ed amici che in corteo si recavano in chiesa, dove ad attendere c’erano i "cumpari”, insieme ad una ragazza che portava un vassoio “guandiera” con il sale ed il pane ed un altro ragazzo con la “cannatella” brocca con l’acqua.
Alla cerimonia religiosa non partecipavano il padre e la madre, perchè si credeva che la loro presenza potesse far rimanere muto il bambino.
Tornati a casa, i “cumpari” mettevano tra le fascie del bambino una busta con dentro del denaro, mentre gli altri invitati offrivano scarpette di lana, vestitini di velluto, sciarpine ed altri indumenti confezionati in casa. Per la cerimonia si usava vestire i battezzati di bianco e si metteva in testa una cuffia “cuoppuda”, che le donne facevano a gara ad avere per lavarla. Chi riusciva ad averla diveniva “a cummara e da cuoppuda”. A pranzo si mangiavano i “maccarruni” e carne di capra o capretto e poi venivano serviti i “rasoli” liquori fatti in casa e dolci.
La festa del battesimo si concludeva con balli e canti popolari.
FIDANZAMENTO

Alcuni  detti antichi popolari così recitavano:
  • "Mugliera e bui e lu paisu tuu”
  • "Sangiuvanni e Roma e mugliera e ruga”
I matrimoni, infatti, opportunamente combinati avvenivano tra paesani e non raramente tra cugini.
L’amore tra i giovani fioriva presto ed era alimentato solo da qualche sguardo furtivo, perchè era inconcepibile che maschi e femmine si frequentassero e stringessero amicizia.
Una ragazza “guagliuna”, che fosse stata sorpresa a parlare con un giovane, era considerata poco seria e rischiava di rimanere “schetta” zitella.
Le giovani potevano uscire di casa solo nei giorni di festa, accompagnate però da una persona anziana. Questo perchè la donna viveva in una posizione subordinata rispetto all’uomo e, liberatasi col matrimonio dalla tutela del padre, passava sotto quella del marito.
L’educazione che le veniva impartita aveva l’unico scopo di prepararla al matrimonio in modo che venisse buona donna di casa, la compagna della vita dell’uomo e l’educatrice amorosa dei figli.
Per un giovane l’unico modo per manifestare il suo amore era quello di andare sotto la finestra dell’amata a fare la serenata.
La giovane per paura dei genitori difficilmente si affacciava ad esprimere il proprio gradimento.
Molto belle e significative erano le espressioni di certi canti d’amore:

O rosa russa, cudùrita e bella,
io fui du primu uomu chi t’amai
T’amai ch’era na quatrarella
e giuvanu de tia m’annammurai.
Ma chiss’amuru chi nun mi dune pace
ntru pietti ma fattu na furnace
e chillu iurnu ch’io penzai a tia
a nulla cosa cchiù aiu badatu
nun sacciu cchiù l’Avemmaria
du Patrannuostru m’ajiù scordatu.
Tu si tutta ppè mmia, tu si la vita,
iu sugnu du fierru e tu da calamita,
si muoru e mminni vajiu in Paravisu
si nun  truovu a ttia, ju mancu ci trasu.

A chissa ruga c’è nn’amata Rosa,
nissunu da tocchene che dda mia.
Ca daju amata quannu ere na rosa
quann’ere dra de spine chi criscie.
Se cee ngunu chi da pretennesse
si da cacciasse da da fantasia.
Con parole calde e appassionate vengono qui esaltati l’amore e la donna, ideali che stanno al centro della vita e sublimano ogni altra esperienza.
L’amato proclama di non voler entrare, quando muore, nemmeno in Paradiso, se non è sicuro di trovarvi la sua donna. Solo con lei la felicità può essere vera e piena.
Scelta la fanciulla, il giovane, con il consenso dei genitori, inviava un parente o un amico “u mmasciaturu” a chiederla in moglie.
A ciò poteva provvedere anche il padre del giovane innamorato.
Se i genitori di lei erano d’ accordo davano la risposta, quindi, la notizia alla famiglia e ricevevano in casa il fidanzato.
Durante il periodo del fidanzamento i due giovani non solo non stavano soli, ma non potevano neppure sedersi vicino.
Intanto i padri ”i patrii” si mettevano d’accordo sulla dote, indispensabile ad una fidanzata per potersi sposare, che consisteva nel corredo, in terre, casa e denaro.
La festa di fidanzamento si svolgeva di sera, ai ritorno dai lavori dei campi. Lo sposo insieme ai suoi genitori ed agli invitati, percorreva le vie del paese, fino alla casa della fidanzata, con canestri pieni di dolci suonando e cantando.
La cerimonia durava fino a notte tarda, mangiando e conversando e si concludeva con un ballo tarantella o quadriglia.
In tempi assai remoti a Campana la richiesta di matrimonio avveniva in un modo piuttosto singolare.
Il pretendente metteva, di notte, dietro la porta della casa della ragazza “nu cippu”. Al mattino, quando il
padre della ragazza aprendo la porta, lo vedeva, gridava ad alta voce “bona cippunata figlia mia” ed il fidanzamento si faceva. In caso contrario si buttava il “ccippu” ed il fidanzamento non avveniva.
Nei rari casi in cui il fidanzamento veniva rotto per cause non dipendenti dalla volontà del fidanzato, questi a volte esprimeva Il perdurare del suo amore o il suo disprezzo con canti che rivelano il suo stato d’animo:

“O rosa russa cumu ngialinisti,
pare ca te mancata d’acqua a du pede
Eri funtana e rose frische,
duve vivijnu conti e cavalieri.
Mu si fatta nu fiumu currente
e cchine passe si ci dave li piedi”


inoltre, si racconta che:
a Pasqua la fidanzata preparava per il promesso sposo “u purcellatu” - una ciambella con sopra dodici uova.
Il primo maggio era, invece, il fidanzato a regalare all’amata “u maju” con capretti, ricotte e dolci.
MATRIMONIO
La nostra gente celebrava il matrimonio in modo sfarzoso.
Circa due settimane prima del matrimonio, i genitori dei futuri sposi andavano a comprare fedi e vestiti.
Era fatto però assoluto divieto al fidanzato di vedere l’abito nuziale della sposa.
Quattro giorni prima veniva preparato il letto nuziale agli sposi, su cui i parenti presenti ponevano denaro e confetti.
Poiché al matrimonio. partecipava quasi tutta la popolazione del paese, questo solitamente si celebrava di domenica.
La cerimonia religiosa presso le persone benestanti avveniva quasi sempre in casa della sposa, dove si recava il sacerdote celebrante,
Quello delle classi meno agiate in chiesa, dove si recavano gli sposi accompagnati dai genitori e seguiti da un a corteo di persone.
All’uscita dalla chiesa, sugli sposi venivano lanciati confetti, “crustudi” e monetine per augurare loro felicità e prosperità.
Il lancio dei confetti veniva ripetuto varie volte lungo il percorso alla casa degli sposi a vantaggio dei
bimbi, che si ponevano ai lati del corteo, per prendere quanto veniva loro lanciato.
Il pranzo nuziale si svolgeva presso la casa della sposa ed era a base di pasta di “zziti”, carne di capra, dolci fatti in casa. Come bevanda si faceva largo uso di ‘vino. Tra balli, canti e suoni di organette, chitarre e mandolini, la festa continuava sino a tarda sera e si concludeva con i tradizionali regali agli sposi da parte degli invitati.
Gli sposi, quindi, si recavano nella loro stanza, e poi a mezzanotte alcuni amici rimanevano fuori a far loro la serenata.
Sulla soglia inghirlandata della casa, la sposa veniva sollevata dallo sposo, in quanto era giudicato di cattivo augurio che ella inciampasse mentre la oltrepassava.
Ma non sempre le cose andavano come appena descritto. Se i due sposi erano molto poveri o uno di essi era alle seconde nozze, perchè rimasto vedovo, la cerimonia nuziale si svolgeva all’alba e per l’occasione venivano invitati solo i parenti stretti.
MORTE

Quando qualcuno moriva, la notizia veniva subito diffusa per il paese.
I familiari si raccoglievano tutti intorno al moribondo, per dargli l’estremo saluto e conoscere gli ultimi suoi desideri.
Se l’agonia era lunga, si credeva che egli avesse potuto bruciare “nu jùvu” cioè l’arnese di legno che si appoggiava sul collo dei bovini da lavoro, e, per abbreviargli le sofferenze, gli si metteva sotto il letto “u juvu
Il morto dopo averlo ben vestito, veniva collocato sulla bara e disposto con i piedi verso la porta. Nella tasca del vestito gli si mettevano dei soldi, perchè potesse pagarsi l’entrata nel nuovo regno, e nella bara le cose che gli erano state più care in vita.
I familiari poi mandavano un pane ad un povero perchè pensavano che il morto prima di entrare in purgatorio doveva sfamare i cani, della “caninea”.
Il morto veniva tenuto in casa per non meno di ventiquattro ore fra corone e scene strazianti dei familiari, che seduti per terra, piangevano disperatamente, si strappavano i capelli, si graffiavano il viso, esaltando i meriti del defunto e raccontando episodi della sua vita.
Strazianti ore anche per quelle persone che avevano parenti morti di recente o di giovane età. Queste persone con lamenti e pianti disperati, raccomandavano al defunto di portare loro notizie.
I funerali si svolgevano di mattina con particolare solennità. La bara veniva trasportata a spalle o con una carrozza trainata da cavalli ammantati di nero.
I familiari, vestiti di nero da capo a piedi, rimanevano per molti giorni in casa, tenuta quasi completamente al buio. Il lutto era d’obbligo anche per i bambini di età superiore ai cinque anni.
Durante i giorni del lutto i parenti della persona scomparsa non cucinavano ed erano i parenti ed i vicini, che provvedevano a portare loro da mangiare.
Le donne non uscivano di casa per un lungo periodo. Gli uomini si facevano crescere la barba ed i capelli.
ABBIGLIAMENTO

Come sempre accade, il modo di vestire del passato rifletteva condizioni sociali, economiche, atteggiamenti e modi di pensare della gente. Gli abiti, anche se di foggia piuttosto complicata almeno per le donne non avevano alcuna pretesa di eleganza per la maggior parte della popolazione.
Gli uomini ne possedevano quasi sempre due, che usavano sino a quando non si rendevano inservibili, anzi rattoppati passavano da padre in figlio. Vi era quello abituale e quello delle grandi occasioni di stoffa più pregiata, che veniva custodito con molta cura.
La famiglia patriarcale di una volta era in genere autosufficiente e traeva dall’agricoltura e dall’allevamento quanto era necessario per vivere, perfino la materia utile per la confezione di stoffa per vestiti.
In seno ad una società di stampo e predominio maschile, la donna non aveva possibilità di scelta neanche nel campo dell’abbigliamento. L’uomo esigeva che fosse casta e pudica e a lei non era concesso lasciar nuda alcuna parte del corpo.
L’abbigliamento femminile consisteva in lunghi vestiti che si componevano di vari pezzi: “a. suttana” (sottana) arricciata in vita o, con pieghe, sopra la quale veniva indossato “u sinadu” (grembiule), di uguale lunghezza che la donna portava per tutta la giornata. Completava il vestito un corpetto aderente “u jippunu”. D’inverno la donna portava un ampio scialle, che le copriva gran parte del corpo. Sui capelli, divisi in due bande formanti trecce avvolte attorno al capo, con forcine di ferro o di osso “ferrietti”, tenute ferme sulla nuca “a curuna”, portava un fazzoletto di panno più o meno pesante “u tuvagliudu”.
Nei giorni di festa la donna metteva la “gunnella”, una gonna di seta che rivoltava sulla testa. Sotto la “suttana” le donne umili indossavano più di una sottana, l’ultima delle quali era una vera e propria gonna.
Le ricche signore indossavano vestiti che producevano più o meno lo stesso modello. I vestiti, però, erano lavorati con più gusto e raffinatezza, spesso ornati di merletti e crine e ricamati con arte.
Coprivano il capo con un cappello con veletta. Completavano l’abbigliamento graziosi ombrellini, che le signore benestanti portavano in ogni occasione. Amavano anche ornarsi di gioielli, quali orecchini, famosi quelli “alla disciplina” ed anelli di squisita fattura, spille, collane “jinnacche”.
Le contadine stavano a piedi nudi sia in casa che fuori, per non consumare le scarpe, che metteva solo in prossimità delle abitazioni.

L’abbigliamento maschile generalmente consisteva in una camicia bianca di tela spessa su cui gli uomini indossavano un gilè detto “cammisola” senza maniche ed abbottonato davanti. Portavano calzoni “cavuzi e pannu” fino al ginocchio, caratterizzati dalle staffe delle calze di lana senza “pedudi” (senza piede) e per le scarpe le “calandrelle” fatte con pelle di capretto, tenute strette da cinghie.
Gli uomini di condizione sociale più elevata indossavano vestiti, che si componevano da pantaloni lunghi e corti “zuava” con stivali, giacca abbottonata in alto con tre o quattro bottoni accompagnata dal gilè, su cui spiccava la catena dell’orologio da taschino. Sotto la giacca era d’obbligo la camicia bianca di seta o cotone. Avevano baffi molto all’insù, che conferivano loro virilità e autorevolezza.
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