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BREXIT: UNA STORIA DI POPULISMO

Scritto da Francesco Donnici.

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Farage 2Se c’è una cosa che si può dire su Londra, è che il costo della vita è molto alto.

Così, tra corsi di lingua ed un timido approccio ad un sistema giuridico di common law (quello italiano, totalmente diverso, è di civil law) la sera faccio il Bartender.

Ogni sera, verso le 20, Mr Paul, banchiere dell’alta finanza inglese, entra nel locale insieme al fido Fergus, brown Labrador appassionato di pizza, grissini e mortadella.

Di solito prende circa 5 o 6 prosecchi con Aperol – anche se gli ho detto che i veri uomini preferiscono il Campari – chiacchiera un po’ e se ne va.

Una settimana prima del Brexit Referendum, tra un prosecco e l’altro, gli ho chiesto: “Mr Paul, leave or remain?”. Immediatamente si è affaccendato per farmi vedere sul suo smartphone l’andamento della borsa e quanto la sterlina avrebbe perso rispetto all’Euro se il regno Unito “fosse uscito”. Insomma, remain.

Il giorno prima del Referendum, è entrato nel locale con una spilla gigante con scritto “I’m In” attirando a sé commenti di approvazione ed altri di sdegno. Soprattutto con gli indignati per una eventuale permanenza dell’UK in Europa, Mr Paul si è messo a discutere animatamente, cercando di spiegare quale errore potesse essere uscire in questo momento: “ ’Cause, if we leave there’s no going back”.

A un certo orario non gli ho servito più da bere, perché qui in Inghilterra sono molto seri su queste cose e, in parte, temevo che l’indomani avrebbe dormito tutto il giorno senza andare a votare.

Che Mr Paul sia andato a votare o meno, la maggioranza del Regno Unito ha votato per la Brexit, fortemente voluta da coloro i quali hanno venduto il sogno di una nazione libera e forte nel poter trattare da membro esterno – e, secondo loro, col coltello dalla parte del manico – con l’Europa ‘ladrona’. Che l’Unione Europea sia un’utopia fatta di disparità e politiche rivolte a favorire alcune nazioni al discapito di altre, è fuor di dubbio, ma da qui a ‘lasciarla’, così, per amor di patria o perché ci si sente più forti, ce ne passa.

Credo che questo insegnamento lo abbiano indirettamente colto anche i tanti ‘populisti’ che affollano il palcoscenico italiano.

‘Populisti’, come lo sono stati Boris Johnson (ex Sindaco di Londra) e Nigel Farage (da ieri ex leader dell’UKIP, la Lega Nord inglese, per tagliare corto).

Il primo si rivolgeva agli elettori appena un giorno prima del Referendum utilizzando – per ben otto volte – la parola freedom (libertà)… dall’antidemocrazia dettata dalla Germania, dalla burocrazia, sulle politiche monetarie, di mercato e, non per ultime, dell’immigrazione. Indubbiamente convincente, soprattutto per chi è effettivamente ignorante su questi temi.

Gli effetti della Brexit si sono visti già dal giorno dopo, con un calo esponenziale del valore della sterlina, caos istituzionale con le dimissioni del PM Cameron e una UE protagonista di un ‘braccio di ferro’ intitolato: “volevate uscire, ora fatelo subito”.

E niente… Boris Johnson, qualche giorno dopo il vittorioso (per lui) Referendum, non se l’è sentita di cogliere la chiamata a candidarsi come nuovo primo ministro per portare avanti le politiche di freedom di cui parlava giusto tre giorni prima. Avrà forse pensato: “io dovevo solo parlare, a fare ci penserà qualcun altro”.

Il secondo, Farage, è passato dal “I want my country back” pre-referendum a “I want my life back” post-referendum, e si dimesso da leader dell’UKIP.

Dunque, in un Regno Unito senza un Primo Ministro, dove i condottieri della Brexit hanno fatto 50 passi indietro, la Scozia rivendica l’indipendenza e l’Unione Europea chiede lo scalpo di una nazione insubordinata, come sta il popolo? Come stanno coloro i quali hanno votato per l’uscita, ma soprattutto quelli – come Mr Paul – che hanno votato per lasciare le cose com’erano? Come stanno le centinaia di migliaia di cittadini europei, italiani e di tante altre nazioni che partono per Londra, una delle città più cosmopolite del mondo, e qualche giorno dopo si sentono dire da un risultato elettorale: non è che siate tanto graditi…

A voler sottolineare il livello di integrazione di Londra, si consideri che oggi ha un sindaco Musulmano, figlio di un tassista e laureato in giurisprudenza.

Sadiq Khan, volto del nuovo e meno intriso dei dettami tipici del tradizionalismo politico, ha avuto il coraggio, il giorno stesso dello spoglio elettorale, di sottolineare come la Brexit non appartenga a Londra e come ogni singolo cittadino europeo non deve (e non dovrà mai) sentirsi un immigrato.

Qualche giorno dopo ha organizzato (partecipandovi) uno European Pride per raccogliere dentro Trafalgar Square tutti i cittadini europei a Londra. Anch’io ho presenziato, seppur per poco perché - come al mio solito – sono arrivato in ritardo ed il palco si vedeva in lontananza, in più, quando si sente la parola ‘pride’ si vestono tutti di arcobaleno e, onestamente, un po’ a disagio mi sentivo, ma questa è un’altra storia…

Come rispondevo ad un mio amico qualche giorno fa: “il ‘mood’ per le strade è quello di chi ha fretta di uscire di casa, ma un attimo dopo, controllando le tasche, non trova più le chiavi”.

I giornali cominciano a parlare di recessione anche nella prospera Londra, dove se arrivi di Lunedì – con la dovuta intraprendenza e i giusti mezzi – il Martedì già lavori. La gente vuole la testa di coloro i quali hanno portato a questo risultato, ancora di più chi ha votato per la Brexit, perché è stato tradito, ingannato.

Molti dei miei amici e conoscenti inglesi iniziano a parlare della speranza di fare un altro referendum per tornare indietro, eppure Mr Paul lo aveva detto: “there’s no going back”.

Vedere questo suicidio socio-politico mi fa apprezzare di più la mia Italia? Mah…

Come per le dissertazioni su Fedro o Esopo, credo che si debba concludere sottolineando la morale di tutto questo che parte dal diffidare del populismo e riflettere non una, ma cento volte, sulle proprie azioni ed ancor prima sulle proprie responsabilità, come cittadini, come elettori, come attori dell’epoca della globalizzazione.

Tutta questa è una storia di populismo che parte da una delle tante ripicche generate da provocazioni in ambito politico. Il Referendum Brexit era una provocazione che ha assunto dimensioni esponenziali e non si è più riuscito a controllare, ma come tipico dei populisti, coloro i quali lo hanno voluto, al momento di fare i fatti ed assumersi le proprie responsabilità, hanno preferito scomparire dai radar lasciando la ‘patata bollente’ in mano altrui, oggi, del popolo.

Quindi oggi mi manca l’Italia? Forse perché l’Italia è meno autolesionista? Forse perché il populismo non ha corrotto anche da noi l’istituto del ReferenZum (cit.), pardòn, Referendum?

Non lo so, ne riparleremo quando (e se) la giunta della nuova Sindaca a 5 stelle di Roma sarà finalmente ultimata – se Her Grillo permette – o quando inizierà la campagna per il Referendum di ottobre. Ebbene sì, anche noi italiani, nello scrivere “storie di populismo” siamo maestri.

Insomma, nel cercare una patria priva di istituzioni politiche vacanti di populismo si rischia di sentirsi apolidi.

FD
(l'autore è un giovane campanese laureato in Giurisprudenza,
temporaneamente a Londra per motivi di studio)

 

 LondonPride2016 2

[ London (European & LGBT) Pride 2016 dello scorso 25 giugno a Trafalgar Square (foto dal profilo facebook ufficiale di Sadiq Khan, sindaco di Londra).  La foto piccola all'inizio rappresenta una copia del 'London Evening Standard' del 4 luglio 2016 fotografata nei pressi di Convent Garden: la prima pagina è dedicata alla scelta di Nigel Farage di dimettersi da leader dell'UKIP (foto di F.D.) ]

   

   

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