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Metodologia per distinguere un megalite naturale da uno scolpito

Scritto da Domenico Canino.

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Una analisi della modellazione scultorea avvenuta sui Megaliti di Campana, nella Sila Greca, Cosenza.

Introduzione
Ho studiato per 15 anni molti megaliti da vicino e credo di avere individuato un metodo attendibile per distinguere un megalite naturale che ha una forma di somiglianza (pareidolia) con una figura umana od animale che però è derivata da condizioni naturali come crolli, fratture ed esposizioni ad intemperie da un megalite costruito e scolpito dall’uomo. Userò come esempio portante della metodologia l’Elefante di pietra di Campana in Calabria, che è oggetto dei miei studi dal Dicembre 2002.

  1. La simmetria.
    Una statua è scolpita dall’uomo se è un altorilievo, cioè non è scolpita o somigliante su un solo lato, ma a 360 gradi. Esempio sull’elefante di Campana: la pietra alta 5,90 metri, seppure incompleta ed usurata dalle intemperie, è un altorilievo scolpito a 360 gradi. Dunque ha la testa sul lato davanti, la parte finale del corpo sul lato di dietro, le zampe su tutti i sue lati laterali, due emicilindri sul lato destro e due emicilindri sul lato sinistro, di cui uno è in flessione ponderale, perché rappresenta l’elefante in movimento; le orecchie sulla testa da tutti i due lati, e la gamba del cavaliere che presumibilmente stava sopra l’elefante mozzata ma presente su entrambi i lati. Soltanto un’occhio ed una zanna dell’elefante sono presenti solo sul lato sinistro ( se si guarda la statua dalla parte della testa) , perché sono stati cancellati dalle intemperie sul lato destro, dove si intuiscono le posizioni in cui erano scolpite. Inoltre la proboscide dell’elefante sul frontale è un cilindro che si rastrema perfettamente dall’alto verso il basso, sfilandosi con proporzione perfetta ed armoniosa, impossibile che l’abbia potuta realizzare il caso. Insomma il vento e le intemperie non scolpiscono in simmetria.

  2. Modellazione scultorea, levigatura e stondatura della pietra.
    Una scultura megalitica di pietra si distingue da una pietra con una somiglianza formale, dalle indagini sulla lavorazione che la pietra ha subito. Devono essere stati usati degli utensili per la modellazione della pietra, cioè per sgrossare la pietra, per inciderla dove bisognava dare la forma, e poi una volta abbozzata la forma, si è lavorato con utensili di levigatura per togliere le parti ruvide e sfaccettate, e poi nelle parti tondeggianti delle forme, come la proboscide e le zampe c’è stata una ulteriore lavoro di stondatura della pietra, cioè una levigatura che dà una curvatura tonda, e non con degli spigoli, cosa che in scultura è difficile da ottenere se non si è un bravo artigiano scultore.

  3. I Megaliti di Campana sono due e sono a 5 metri di distanza una dall’altra.Cosa fa la natura, scolpisce “per caso” due altorilievi di pietra di dimensioni gigantesche uno di fronte all’altro? Il “gran colosso” come era definito alla fine del 1600 dal vescovo di Campana Mons. Francesco Marino, è anch’esso scolpito e levigato, ma ancora più incompleto, e quindi di ancora più difficile interpretazione dell’elefante.

  4. I due megaliti sono presenti sulla carta geografica Calabria Citra di Giovanni Antonio Magini del 1603, come “Cozzo delli giganti”. Una denominazione perfetta per i due megaliti, e situati nella mappa proprio tra Campana e Verzino, esattamente nel luogo dove ancora oggi sorgono. A quei tempi i megaliti erano sicuramente più integri e riconoscibili, e quindi venivano chiamati i Giganti.

Conclusione.
Basta andare in Sardegna a vedere ed indagare l’Elefante di Palau, per vedere che quella roccia è assolutamente naturale non essendo un altorilievo scolpito a 360 gradi, ma somigliando solo su un lato, quello frontale; inoltre la pietra è ruvida e sfaccettata che non ha evidentemente subito alcun processo di modellazione e levigatura e stondatura della pietra. E’ un confronto lampante.
Inoltre ho effettuato delle macrofotografie delle aree evidentemente più scolpite e lavorate del megalite dell’elefante di Campana, nelle vicinanze della proboscide e della testa, e ho fatto altre macrofotografie sulle molte rocce dello stesso tipo e composizione (calcarenite) dell’elefante e del colosso presenti nell’area, che non hanno alcuna forma e sono in blocchi intatti. Il confronto delle foto evidenzia come sulle parti indagate con le macrofotografie dell’elefante siano presenti tracce di utensili di scalfittura e levigatura della pietra, mentre invece sui blocchi intatti della stessa pietra dei dintorni, non ci sono tracce di lavorazione. E’ una prova decisiva che i megaliti di Campana sono sculture realizzate dall’uomo, e non pietre con pareidolie casuali.

Arch. Domenico Canino

 

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