 Gli occhiali miei, non i suoi. Mi pare, anzi, che lui neppure li porti.
Intendo dire: voglio fare un augurio accompagnato da quattro chiacchiere sul don Salvatore che conosco io, comunque senza avere ovviamente la minima pretesa di essere esaustivo.
Devo partire da quando vinsi a Torino il concorso nazionale a cattedre e scelsi Campana. Qui, già l'inadeguatezza della "succursale" che avrebbe dovuto ospitare la mia aula mi parve assurda per una scuola di Stato, anzi, per una scuola tout-court (durante le vacanze estive ci stagionavano il formaggio), ma quando poi, il primo giorno dell'anno scolastico, ebbi a lamentarmi anche per la carenza di sedie, e queste ci vennero fatte arrivare con il camioncino della spazzatura, mi sembrò che la misura fosse colma.
Allora, sapendo che don Salvatore possedeva un ciclostile, lo andai a trovare per chiedergli di poterlo usare per ciclostilare una lettera di protesta che coinvolgesse anche i genitori degli alunni (le fotocopiatrici, allora, erano quasi un lusso). Lui, rifiutando, mi guardò stralunato perchè considerava la mia richiesta come fatta a un indirizzo sbagliato. Ma io guardai lui stralunato a mia volta perchè, non avendo neanche pensato che potesse essere un collega, lo avevo interpellato come prete, e dalle mie parti i preti che comprendevano e non ostacolavano le rimostranze verso l'arroganza del potere costituito erano più una regola che l'eccezione. Ora, vorrei evitare di esagerare: può essere anche solo che mi sembrasse così perchè ho sempre apprezzato i preti che, talora anche con reazioni vistose, sono sensibili al disagio sociale, i preti-operai, i preti che combattono il crimine organizzato senza paura di rimetterci la pelle, i preti che tolgono i ragazzi dalla strada. Ma questa é solo una idea mia personale e nel fatto non c'entra molto.
Ad ogni buon conto, per quel rifiuto non me la presi particolarmente a male: per la mia azione di protesta mi arrangiai diversamente.
Durante quell'anno scolastico poi capitò che venisse cambiato l'orario delle lezioni, e che la sua ora di religione, di non so più quale giorno, fosse portata all'ultima della mattina, dopo quella che per me concludeva la giornata di lavoro. La prima volta che ci incrociamo sulla porta dell'aula mentre lui deve subentrare a me, giusto un reciproco saluto al volo prima che la porta venga chiusa, poi neanche il tempo di accedere alla sala-insegnanti per lasciarvi il mio registro, che mi raggiunge a gran voce una sua accoratissima richiesta di "solidarietà". Essendo, in quanto insegnante di Lettere, il più accreditato a fare le ramanzine, non mi sottraggo: "Ragazzi, non pensiate di fare questo chiasso per tutta l'ora! il professore Spataro ha anche un mucchio di problemi da risolvere come parroco, quindi cercate di non appesantire, eccetera eccetera". Da allora, ogni settimana, alla mia uscita, per me si ripeteva, a richiesta, il rito sempre uguale della ramanzina alla classe.
E inoltre quando ci si incontrava per strada, abbastanza di rado per la verità, ci si salutava con grande cordialità: sapevamo che, a casa, entrambi avevamo da assicurare faticosamente accudienza a un anziano, chi il padre e chi il suocero, e per questo ci si scambiava reciproca stima, più spesso tacita, talvolta anche esternata. Con tuttociò, non poteva comunque mai mancare, né manca tuttora, qualche battuta, tra il serio e il faceto, innocua e con nulla a che vedere con reciproche incomprensioni e men che mai irriverenze, sulla nostra diversità del concepire il mondo: io giustamente rivendicando la mia laicità, lui giustamente rivendicando il ruolo da sé spontaneamente scelto.
Ricordo per esempio che un paio di anni fa, procedendo alla sepoltura della buonanima di mia suocera dopo l'estumulazione dal precedente lontano cimitero, mi chiese, nonostante fosse perseguitato da un attacco di gotta, se fare un giretto assieme tra le varie tombe del camposanto mi facesse piacere (figuriamoci se no: io almeno una volta all'anno lo percorro in lungo e in largo perchè ho più amici in questo cimitero che in quelli di qualunque altra città in cui ho risieduto!). Davanti alla cappella del commendatore Rizzo lo stuzzico. "Vedi, don Salvatore, che alla fine anche la Chiesa si è risolta ad accettare la cremazione?" "Non è mai stata contraria, mi risponde, se non avverso chi la pratica per ostilità". Sorrido, sornione: "Sì, vabbò, teni raggiùne tu... comunque allora sarebbe proprio il mio caso, visto che ci sto pensando anch'io!". Scontata e prevedibile la comune risata conclusiva.
Qualche anno prima invece era capitato che ci eravamo visti in un'occasione in cui, essendomi io recato a dare un'occhiata ai restauri della Chiesa Matrice, ed avendoci trovato lui, mi trattenne ad osservare i minimi dettagli mostrandosi fiero di aver tenuto sotto stretto controllo i lavori di restauro: "Un restauro assolutamente conservativo!" mi ripeteva con grande orgoglio continuamente. Ed effettivamente si capiva che ci si era dedicato parecchio, con il puntiglio che gli è caratteristico quando persegue caparbiamente un obiettivo.
E questo è il don Salvatore Spataro che vedo attraverso il mio paio di occhiali. Sappiamo tutti che di occhiali ce ne sono tanti dappertutto, e che ognuno di noi vede ovviamente il mondo attraverso le proprie esperienze, e cioè attraverso gli occhiali inforcati sul proprio naso: i miei sono questi, e pertanto al mio ex-collega desidero fare tantissimi auguri per l'anniversario che festeggia in data odierna. Ciao don Salvatore, ti pervengano i miei sinceri auguri, i più schietti che io ti possa inviare (si capisce, da laico incorreggibile: ça va sans dire!... ma sono certo che li gradirai ugualmente).
Così come sono certo, anzi, più che certo, che gradirai il contestuale augurio di tutto lo staff di Campanesionline, che, pur ovviamente non essendo compartecipe, e men che mai corresponsabile, di quei miei personali ricordi sopra riportati, a me ugualmente si unisce nel porgertelo con grandissima cordialità.
(La foto, d'archivio, è stata scattata da Salvatore Lepiane)
|