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Ci scrivono due utenti, accompagnando i loro auguri e saluti con alcune pose fotografiche di Campana e campanesi degli anni 50 e 60. Si tratta di Nicola Viola e Vittoria Scavello, le cui fotografie meritano assolutamente di venire mostrate a tutti i nostri visitatori, secondo il loro desiderio del quale li ringraziamo calorosamente.
Ne anticipiamo una qui (che Nicola e Vittoria hanno voluto chiamare "1963 Campanesi in Germania, Viola Nicola, Zio Peppino detto U Generale, Vincenzo Tripputo"), e per le altre andiamo apposta a creare una sezione di Fotogallery per le foto d'epoca dei nostri utenti; sono in tutto sette, per adesso, ma altre ci sono state promesse e sicuramente la sezione crescerà.
Questa foto mostra, attraverso le persone qui rappresentate, il lavoro degli italiani all'estero. Un lavoro duro, come solo chi lo pratica può saperlo, in condizioni molto disagiate, che i nostri emigranti cercavano di attenuare mediante poche, semplici, piccolissime gratificazioni: un po' di compagnia di altri compaesani, una bottiglia di vino, un'ampolla d'olio, insomma qualche prodotto alimentare della propria terra per tentar di soffocare la nostalgia.
1963 Campanesi in Germania, Viola Nicola, Zio Peppino detto U Generale, Vincenzo Tripputo
Vita dura in ambiente spesso ostile, quella degli emigranti. Non può non richiamare alla mente, nelle tremende giornate d'oggigiorno, i terribili fatti di Rosarno. Rosarno, terra calabrese, non tantissime decine di chilometri di là dalla nostra Sila. E girare la testa dall'altra parte, adesso sarebbe troppo ipocrita.
Il lavoro in terra straniera è sempre stato difficile. Sempre. Spesso anche pericoloso. Ricorda Bernardo Valli su 'La Repubblica' di qualche anno fa, che ""...nell' agosto del 1893, avvengono gli incidenti più sanguinosi della storia dell' immigrazione italiana in Francia. Il dramma non si svolge in una grande città industriale e cosmopolita, ma nel borgo rurale di Aigues Mortes e dintorni, dove una delle più importanti attività è la raccolta e il commercio del sale. Nelle saline i giornalieri francesi sentono la concorrenza degli italiani. Il 16 agosto cominciano gli scontri. Il procuratore generale di Nimes scrive alcuni giorni dopo : '....Ad ogni istante degli italiani indifesi cadevano al suolo, sotto i colpi di forsennati che poi li lasciavano inanimati e privi di cure. Tutte le porte si chiudevano davanti a loro. Per evitare i colpi quei poveracci si sdraiavano a terra gli uni sopra gli altri, mentre i gendarmi tentavano di proteggerli, e le pietre volavano e il sangue sgorgava...' Vi furono ufficialmente otto morti e parecchie decine di feriti gravi. Ma nessuno contò le vittime nelle paludi dove avvenne una vera caccia all'uomo...""
Su quegli stessi tragici avvenimenti Fabio Gambaro ha recentemente recensito il libro di Gérard Noiriel 'Le massacre des Italiens', Fayard Editore : ""...i magistrati manipolarono il processo, ma i giudici popolari si spinsero ancora più in là, giacché assolsero tutti gli imputati francesi, dando così sfogo al risentimento popolare nei confronti degli immigrati italiani... Nel decennio precedente il massacro di Aigues-Mortes, si cristallizzano tutti gli stereotipi sugli immigrati italiani, considerati una minaccia e una realtà non assimilabile nella società francese... a partire dal 1881, dopo alcuni incidenti a Marsiglia... gli italiani furono i primi a subire un discorso apertamente xenofobo, in seguito l'ostilità si sposterà verso altre comunità di stranieri...""
Degli scontri di Rosarno diceva ieri Attilio Bolzoli su 'La Repubblica': ""È la rivolta degli ultimi, la rivolta dei neri che vagano per la nostra Italia... Vivono per la terra e vivono nella terra. Senza una casa, senza niente. A settembre erano in Sicilia, intorno alle vigne di Marsala. A novembre erano in Puglia fra gli ulivi più belli del Mediterraneo. A primavera migreranno in Campania a spezzarsi la schiena negli orti. Oggi erano qui: nella Piana dove è padrona la mafia più feroce del mondo... Ogni giorno riescono a prendere quasi 20 euro, per dodici anche quattordici ore piegati in due... Quasi il novanta per cento del popolo nero che si trasporta come gli animali in branco non ha ancora trent'anni. Sono uomini, solo uomini.
Gli ultimi sono ultimi perché non hanno mai avuto un tetto tutto per loro. Dormono nelle fabbriche abbandonate della Calabria degli sperperi e delle ruberie di mafia e di Stato. Scheletri in mezzo al nulla. Si accampano fra i pilastri arrugginiti di cemento sulla costa, nelle masserie, in riva al mare. Rosarno è come Castelvolturno. Come Campobello di Mazara. Come tutta l'Italia che hanno sempre conosciuto. Il campo e il sonno... I caporali li prendono all'alba sui furgoncini, come al mercato del bestiame scelgono i più forti. Ogni 20 euro guadagnati ce ne sono 5 per loro: per i soprastanti che li fanno lavorare. È il pizzo che si fanno pagare i miserabili...
Tutti hanno visto per la prima volta l'Italia dagli scogli di Lampedusa. Imbarcati come merce ad Al Zuwara, nella Libia più vicina alla Sicilia. E sbarcati come clandestini in Europa. Ci sono i neri più fortunati, quelli che hanno trovato un capannone come tetto per la notte. Ogni capannone ha una scritta di vernice che ricorda il luogo di partenza di ogni gruppo: Dakar, Rabat, Fes, Mombasa. Nei capannoni i letti sono di cartone...
È da quasi vent'anni che il popolo degli ultimi vaga di terra in terra per l'Italia. Nel silenzio, nell'indifferenza. Nessuno lo dice mai chiaramente ma sono le 'ndrine, le famiglie della mafia calabrese, che più di tutte succhiano il sangue agli ultimi. Le 'ndrine che hanno le arance, che hanno tutto nella Piana. I mafiosi li aspettano al passo, dopo Natale. Quando è tempo di raccolta.""
Nel suo libro 'Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro', pubblicato da Feltrinelli tre mesi fa, Marco Rovelli parlando di Rosarno afferma esplicitamente che lo sport più praticato da non pochi giovani del luogo è la caccia al nero: ""...Il lunedì mattina, sugli autobus che portano a scuola, i ragazzi si fanno il réportage dei rispettivi pestaggi, sono motivi di vanto, di onore, a misurare il numero delle croci sul petto. Ci sono tecniche per linciare un nero. Anzitutto, evidentemente, essere in gruppo. Poi appostarsi nei luoghi strategici, dove sei obbligato a passare se vuoi andare da un punto all'altro del paese...""
Cose da restare agghiacciati. Ma intanto ognuno fornisce la propria piccola o grande dose di latitanza : sono latitanti gli Enti locali (eccetto i sindaci come quello di Riace; troppo pochi), è latitante la Scuola (eccetto i docenti che insegnano i diritti umani; troppo pochi), è latitante la Chiesa (eccetto il vicario della Diocesi di Oppido-Palmi; troppo poco), sono latitanti le coscienze ammaliate ed assordate dal decoder, asservite ad 'Affari tuoi' ed al 'Grande fratello' (troppe, e purtroppo ormai dominanti).
E' latitante lo Stato (eccetto quando si attiva ad acconsentire allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo; troppo, senza altri aggettivi). Solo le mafie non làtitano, e anzi ingrassano sulla pelle del prossimo e predicano la liceità della sopraffazione. Ci è rimasto da pensare che allora era più dignitoso e meno avvilente negli scorsi decenni, quando con l'emigrazione nostra si forniva mano d'opera all'espansione economica della Germania? E che adesso é diventato nient'altro più che un'utopia il desiderare che qui da noi si riesca a risalire dal fondo della china con un colpo d'ala ?
Non facile a dirsi, ancor più difficile a sperarsi.
Anche se al presente sembra che non ci sia da stare per niente allegri, sentiamo comunque doveroso, naturalmente, rinnovare ancora una volta i ringraziamenti a Nicola e a Vittoria per la generosità con la quale ci hanno inviato le immagini dei propri ricordi (le altre sei foto sono visualizzabili nella Fotogallery. Ci scusiamo per l'attesa.)
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