Il costume, la cultura della legalità, e la Chiesa

Scritto da gianpiero.ima..

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thumb_ammazzatecituttiAll'articolo "Sì ma... forse c'è qualcosa che non funziona" qui pubblicato un paio di settimane fa, don Renzo molto gentilmente ha dato riscontro con la seguente email :

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Caro Gianpiero, ho letto l'articolo che mi riguarda. Non ho il tempo per ora di interloquire. A riguardo della citazione di Mons. Morosini da "La Repubblica" è solo una parte del suo intervento, che richiama ad una più decisa posizione della Chiesa. Sono molti i documenti fatti anche in tempi diversi: dovrò trovare il tempo per spedirteli (mi occorre l'indirizzo postale): Anche miei interventi contro certe presenze nelle feste religiose sono state denunciate. La vicenda dell'affruntata, una processione di Pasqua, a S. Onofrio (VV) lo scorso ha avuto riscontro su tutta la stampa e diverse TV nazionali. Una cosa è certa, comunque, che la mafia non si combatte facendo il braccio di ferro frontale perchè è subdola nella sua azione di violenza. Occorre una presa di coscienza popolare e soprattutto un impegno educativo a tempi lunghi che cambi la cultura. Sarebbe troppo lungo parlarne qui. Bisognerebbe esserci dentro per capire il fenomeno.Mi limito qui. Un caro saluti a tutti i Campanesi che leggeranno. don Luigi
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Mi sembra la conferma diretta, ma non c'era motivo di dubitarne, che considera l'argomento "un problema morale-politico-culturale molto serio" davvero, come infatti egli stesso aveva già affermato in precedenza. Ma anche la conferma indiretta che il dibatterne è appunto molto più utile che invece il non discuterne affatto.  Tra l'altro, aggiungerei, il dibattito attenua quella pericolosa situazione di relativo isolamento che spesso colpisce chi si trova personalmente esposto a contrastare la criminalità organizzata.

Dice don Renzo che la posizione di Mons. Morosini è articolata. Verissimo: infatti nel riferirsi, quest'ultimo, al suo predecessore Mons. Bregantini, non acconsente che si dica che la Chiesa sia stata debole. Però è altrettanto vero che l'affermazione "Ma, forse, bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida" è contestuale alla sua stessa amara constatazione:  "La nostra gente deve tornare a essere protagonista... La nostra classe politica è inadeguata" (Alberto Bobbio, in Famiglia cristiana  n.11 del 14/03/2010 -  http://www.stpauls.it/fc/1011fc/1011fc60.htm ).

Ma allora, se nello sforzo di sottrarsi alle mafie la gente deve già fare i conti con l'inadeguatezza (talvolta direi la collusione) dei politici, forse non risulta per niente sufficiente il fatto che una "Chiesa a volte troppo timida" agisca solo attraverso alcuni coraggiosi interventi dei (non numerosissimi) Mons. Bregantini.  E tra l'altro, nello stesso articolo già citato, "riprende l’autocritica della nota della Cei sul fatto di non aver accolto, fino in fondo, la lezione di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi e il suo grido contro le mafie" anche monsignor Francesco Montenegro.

Ma del resto, alcune prese di posizione vescovili, tra cui pure unknown quella di Mons. Morosini, nonché unknown quella relativa all'Affruntata, sono state riprese e pubblicate mesi fa anche su questo nostro portale dedicato ai campanesi, dal momento che non è assolutamente detto che l'infezione contagiosa non si possa estendere fin nelle nostre zone.

E però si rischia ugualmente, secondo me, di girare intorno al problema senza scalfirlo.  Proprio perchè, sono d'accordissimo con don Renzo,  "la mafia... è subdola nella sua azione di violenza", e perchè "occorre... un impegno educativo a tempi lunghi che cambi la cultura".  Ma che alla base ci sia una questione antropologico-culturale, e più specificamente di 'costume', è precisamente quello che affermavo anch'io nel mio unknown precedente articoletto sull'argomento. Quando appunto lamentavo allo stato attuale un'eccessiva "tolleranza presente all'interno dei rapporti parentali o amicali: la quale, esasperata spesso ben oltre certi limiti, non aiuta certo i giovanissimi... a farsi una cultura della legalità".  E intervenire in modo "frontale" puntando a evolvere il costume, a mio avviso non è facilissimo ma si può.

Ed è proprio per questo che ritenevo fondamentale  " ripartire... da nuovi e diversi 'alfabeti' " che potessero dar consapevolezza a tutti quanti (praticanti e non, laici e non) della necessità "di stigmatizzare gli esempi negativi tempestivamente e con indignazione, pur se provenissero da parenti o da amici".

“ 'Perdonare' non è 'condonare' - dice don Renzo, e mi trova d'accordo - e quindi, pur interiormente perdonato, il delinquente deve pagare e riparare il debito con la società".  Personalmente ricorderei in aggiunta che, oltre alla riparazione, nel nostro ordinamento giuridico è prevista anche la riabilitazione, la quale in qualche modo equivale approssimativamente al suddetto perdono.

E però la consapevolezza di cui sopra non può fare a meno di comportare anche il fatto che, tanto per dire, il macchiarsi di reati aggravati da contiguità con la 'ndrangheta sia assolutamente inconciliabile con la possibilità di venire esibiti alla pubblica considerazione in pubbliche occasioni.

Se di impegno educativo si deve trattare, a mio avviso questo, in tutte le circostanze possibili, non può che consigliare estrema cautela e indurre ad esibire i soli portatori di esempi positivi. Ciò, a evitare che possano venir recepiti messaggi, se non addirittura giustificativi dell'illecito, almeno confusi, che a una evoluzione del costume e a una cultura della legalità non apportano certamente beneficio.

Concludendo questo mio punto di vista, ringrazio don Renzo per la sua grande disponibilità al dialogo, nonchè per l'offerta di invio di documenti (gli manderò in privato il mio indirizzo postale).  Spero che prossimamente i suoi impegni gli lascino qualche lasso di tempo per ulteriormente interloquire a suo piacimento.

  

togliercilsorriso

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