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GAIA: Gli elefanti di Pietra di Campana, di Mario Tozzi

Scritto da Damiano.

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Risalendo dalle serre di Vibo verso nord, verso la Sila Grande, in provincia di Cosenza, si incontra un piccolo Paese che si chiama Campana, a occhio e croce non più ricco di Nardodipace, e certamente non più conosciuto.

 

Dalla Parte opposta del versante su cui sorge il paese si sale su un colle più alto da cui emergono due rilievi di roccia giallo-bruna e tenera, un’arenaria fatta a lamine sottilissime che non ha più d 10 milioni di anni e che ha evidentemente subito forti processi erosivi da parte delle acque e dei venti. Il rilievo posto più a settentrione somiglia incredibilmente a un elefante, ma soltanto se lo si osserva dalla parte opposta al paese di Campana e, soprattutto, quando la luce del tramonto mette meglio in rilievo i pieni e i vuoti della roccia. Riconosco bene la testa, con accenni dei rilievi temporali e del muso e, - davvero impressionante - l’intera proboscide in posizione di riposo e almeno parte della zanna destra. ll pachiderma di pietra e alto circa 5 metri e la zanna destra e lunga almeno 180 centimetri, ma e mutilata: se fosse completa sarebbe tranquillamente superiore ai 2 metri, pressapoco la lunghezza delle zanne non tanto degli elefanti odierni, ma di Elephas antiquus, il loro antenato diretto. Il fatto che le zanne di questo elefante siano rivolte verso il basso esclude che possa somigliare agli attuali pachidermi africani o indiani - che le hanno invece rivolte verso l’alto.

 


Sul lato destro del rilievo si scorge poi una piccola cavità scheggiata nella roccia, come se qualcuno le avesse inferto un colpo dal basso e uno dall'alto facendone schizzare fuori un frammento: il risultato è qualcosa che somiglia a una cavità orbitale, che negli elefanti è infatti collocata lateralmente. Di fronte all’elefante c’è un rilievo alto circa 6 metri in cui sono riconoscibili due pilastri, interpretati da Domenico Canino - un architetto dell’Università di Calabria che ci accompagna sul posto e che ha riscoperto i “manufatti” - come le colossali gambe di una statua simile nelle dimensioni a quelle di Abu Simbel, in Egitto, di cui rimarrebbero come unici frammenti. Quindici metri di statua, se ne fosse provata l’origine per mano dell’uomo. Cerco di individuare la natura di alcune superfici sub-orizzontali nel corpo dell’elefante: sono blocchi sovrapposti dall’uomo o strati naturali di arenaria? Sul lato destro, proprio sotto la zanna, seguo il margine di una di queste superfici: se corrisponde alla giunzione di due blocchi dovrebbe potere essere seguita lungo tutto il perimetro, ma invece si interrompe, come se la fessura si affievolisse e si perdesse fra i minuscoli clasti che compongono l’arenaria. Non sembra una sutura dovuta al tempo, non c’è mano umana che possa fare questo a una roccia. I blocchi erano senz’altro qui: nessuno li ha trasportati. Altra cosa è se qualcuno possa averli, successivamente, lavorati sul posto, magari in tempi arcaici. Ma chi poteva mai avere visto elefanti nella provincia di Cosenza?


Pirro, con i suoi elefanti, aveva effettivamente percorso i sentieri della Sila Grande 2300 anni fa, quando abbatteva legname dalle foreste primordiali insieme ai Paleocalabri di Cosentia a lui alleati. Qualche scultore legato al comandante epirota avrebbe potuto ricevere l`ordine di onorare con statue colossali il passaggio del suo duce vittorioso e lo strumento principale delle sue vittorie, l’elefante. Anche Annibale passò per queste terre una settantina di anni dopo, ma aveva perduto l’ultimo dei suoi pachidermi già qualche anno prima. L’elefante evoca di per sé l’idea di conquista e affermazione, è un simbolo di potere che ha mantenuto inalterata la sua forza nei secoli e che veniva già rappresentato sulle monete puniche del III secolo a.C.


Quelli di Campana, pero, non possono essere elefanti contemporanei, come lo erano quelli di Pirro o di Annibale: le zanne troppo lunghe e rivolte verso il basso, come solo Elephas antiquus aveva, lo escludono categoricamente. Elephas antiquus era si presente in Italia, ma decine di migliaia di anni prima delle campagne di conquista di Pirro e di Annibale, essendosi estinto definitivamente 12.000 anni fa. A quel tempo, pero, non esistevano civiltà umane evolute, tantomeno in grado di scolpire scientemente colossali statue di pietra. Quel che e certo e che non si è verificato nessuno spostamento intenzionale di blocchi — che sembrano invece originari del sito —, mentre è probabilmente verosimile un’azione deliberata (“scultura” sembra un termine troppo forte) con altre pietre o strumenti su queste arenarie tenere. Poche risposte, molte domande.


Del resto è prerogativa degli uomini quella di vedere un ordine o un’intenzionalità dove ordine non c’è: nelle migliaia di stelle che si vedono dalla Terra a occhio nudo i nostri antenati hanno creduto di riconoscere disegni astrali di animali o oggetti, e addirittura qualcuno ha voluto identificare nelle sabbie marziane il volto enigmatico di una sfinge spaziale. Che c’è di strano, dunque, se qualcuno vede un elefante dove ci sono solo rocce e azione dell’acqua.

 

Fonte:
Gaia: Viaggio nel cuore dell'Italia

scritto da Mario TOZZI, geologo, primo ricercatore del Cnr-Igag. Ha scritto saggi scientifici, libri divulgativi e testi per le scuole. Collabora a “National Geographic”,”Newton” e “La Stampa”. Dal 2000 è conduttore e autore su Raitre di Gaia-Il pianeta che vive.

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